Nella vita bisogna essere felici, bisogna saper controllare le proprie emozioni, così da non farsi intralciare mentre si cerca di raggiungere i propri obiettivi. Si deve studiare, ci si deve impegnare, non farsi distrarre da pensieri o da sensazioni poco opportuni mentre si segue una lezione. Questi sono gli assiomi su cui l’educazione verte da molti anni, ma è anche, più genericamente, il modo in cui gli adulti sono abituati a pensare: la felicità è quello stato d’animo che si cerca costantemente, perché è “normale”; se non si è felici, allora non si è “normali” o “sani”. Quindi, se la felicità è lo stato d’animo preferibile, si cercherà di fuggire dalla rabbia, dal dolore, dall’ansia, dal disagio: da emozioni che non portano al “benessere” ma al “malessere”. Eppure, le emozioni non sono nemici da combattere; il dolore, la disperazione, tutti quegli stati d’animo che giudichiamo negativi non sono altro che parte della vita, cose che la rendono completa: «Se la nostra vita fosse senza dolore e senza fine a nessuno forse verrebbe in mente di domandarsi perché il mondo esista e perché sia fatto proprio così». Invece, l’essere umano, tendenzialmente, non si pone in maniera indiscriminatamente aperta a ciò che incontra ed esperimenta, ma anzi cerca di controllarlo. Questo processo viene applicato tramite quelle che vengono definite strategie di controllo, come nascondersi e/o fuggire da persone, luoghi e/o attività che suscitano sensazioni spiacevoli, distrarsi da pensieri ed emozioni concentrandosi su altro, ricorrere ad alcool o droghe per allontanarsi da una situazione, cercare di dominare emozioni e pensieri. Bisogna comunque specificare che in sé queste pratiche non sono necessariamente nocive, pur che vengano usate in maniera contenuta, in situazioni in cui possano funzionare e non ostacolino lo sviluppo vitale della persona. Quando, invece, diventano una dipendenza, una stampella a cui appoggiarsi, diventano negative.
È in un siffatto mondo che si colloca l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), una psicoterapia che cerca di spiegare come accettare tutto quello che accade nella vita, perché ogni esperienza, negativa o positiva che sia, non è altro che frutto di una mente umana che funziona adeguatamente; nello stesso acronimo si possono individuare i punti basilari su cui tale terapia poggia le proprie basi:
- Accettare pensieri ed emozioni;
- Connettersi con i propri valori;
- Tradurre i valori in azioni efficaci.
Nell’ACT vengono individuati sei processi terapeutici fondamentali, ovvero:
- il contatto con il momento presente;
- la defusione;
- l’accettazione;
- il sé come contesto (chiamato anche sé osservante);
- i valori;
- l’azione impegnata.
Il contatto con il momento presente implica essere psicologicamente presenti, consapevolmente in contatto e partecipi di ciò che accade; ciò significa anche portare in modo flessibile la consapevolezza sul mondo circostante, sul piano psicologico e su entrambi nello stesso momento.
La defusione insegna come fare un passo indietro, separarsi da pensieri, immagini e ricordi: prendere le distanze per concretizzare che sono quello che sono, niente più di pensieri, immagini e ricordi.
Accettazione è invece aprirsi e fare spazio ai propri sentimenti, sensazioni, che siano positivi o dolorosi.
Il sé come contesto implica invece l’essere consci di quella parte di sé che osserva, l’essere puramente consapevoli di quello che si pensa sentendo, percependo o facendo in qualsiasi momento.
I valori sono invece quelle qualità che si desiderano compiendo un’azione; sono, in sostanza, la propria bussola morale.
Infine, l’azione impegnata è l’agire in maniera efficace, sotto l’egida dei valori, seguendo i valori stessi.
Questi sei processi non sono a sé stanti, ma devono essere considerati come blocchi indipendenti e contemporaneamente interconnessi; formano, infatti, un’unica struttura, che, per semplicità, può essere immaginata come un diamante (chiamata più propriamente “Hexaflex”).
La flessibilità psicologica, che è uno dei pilastri fondamentali della terapia e può essere identificata con l’abilità di essere presenti, aprirsi e fare ciò che si ritiene importane. Inoltre, i sei processi possono essere raggruppati in tre unità funzionali, dal momento infatti che:
Defusione e accettazione si riferiscono alla capacità di distinguere la propria persona dai pensieri e dai sentimenti, vedendoli per quello che sono realmente;
Il sé come contesto e il contatto con il momento persistono sull’entrare in contatto con aspetti verbali e non verbali dell’esperienza nel qui e ora;
I valori e l’azione impegnata comportano invece l’uso efficace del linguaggio per agevolare l’azione volta al miglioramento della propria vita.
I primi quattro principi – defusione, accettazione, contatto con il momento presente e sé come contesto – vengono identificati nella pratica ACT come «abilità mindfullness»; questa disciplina risulta in realtà molto importante per l’ACT, ma vi è la necessità di fare una distinzione: la mindfulness è una pratica che richiede esperienza, tempo e pratica – per non considerare che risulta una disciplina quasi spirituale (o almeno così viene percepita da un pubblico generico) – mentre le tecniche dell’ACT sono più immediate e di più facile accesso e fruizione.
Si comprenderà, quindi, che l’ACT è una terapia attiva; è un percorso che si può intraprendere con adulti o bambini, sperimentando gli esercizi esperienziali – solitamente di una durata che spazia fra i dieci secondi e la mezz’ora. Del resto, anche gli stessi specialisti del settore possono ricavare molto da questa pratica, aiutandoli a meglio comprendere i propri pazienti. Del resto, il modello dell’ACT è estremamente positivo, direzionato alla comprensione e all’accettazione del dolore, e dei sentimenti negativi in generale, per vivere una vita migliore; è dunque facile che sono molte le persone che possono beneficiare da questo tipo di terapia.
Bisogna, però, fare delle premesse: in questo percorso è necessario essere rispettosi e compassionevoli di chi si ha davanti, senza considerare nessuno un oggetto rotto o difettoso. Come l’ACT insegna, i sentimenti e le esperienze sono tutti giusti e corretti e non è sbagliato sentirsi, magari, triste o arrabbiato. Ed è una delle prime cose che bisognerà insegnare ai più piccoli, che invece si sentono dire fin dai primi giorni di vita di non piangere, urlare, giocare in maniera rumorosa. Allo stesso modo, non bisogna costringere nessuno a fare nulla che non voglia, come per esempio seguire gli esercizi; è un percorso che si intraprende insieme, quindi l’adulto, nel nostro caso, dovrà seguire e spronare il bambino, ma nel pieno rispetto della sua volontà. Ultima precisazione che in questa sede si sente di dover fare è non usare tutto il tempo a disposizione per disquisizione teoriche, ma passare alla pratica: bisogna sì spiegare cosa si sta facendo, cos’è l’ACT, ma senza togliere minuti fondamentali alla pratica di quello che si vorrebbe insegnare. Infatti, al contrario di molte altre terapie, nell’ACT si passa il tempo praticando abilità come apprendere nuove tecniche per comprendere i propri pensieri ed emozioni, processi che non si possono interiorizzare solo attraverso la parola, ma con il supporto della pratica.