Mindfulness

Jon Kabat-Zinn nel 1994 definisce la Mindfulness come il “porre attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente e in modo non giudicante.” [Hammill 1994, pp.63].

Consiste, quindi, nel dirigere volontariamente la propria attenzione a quello che accade nella propria mente, nel proprio corpo e intorno a sé, momento per momento, ascoltando più accuratamente la propria esperienza e osservandola per quello che è senza giudicarla, ma rimanendo in ascolto di quello che c’è nel momento in cui accade.

Tale processo assume tre fondamentali caratteristiche: l’intenzionalitàl’orientamento al momento presente e la modalità non giudicante.

La prima consiste nell’impegno intenzionale che è necessario investire sul processo attenzionale per riuscire ad osservare i meccanismi automatici; la seconda consiste nello stabilirsi nel momento presente come unico momento esistente, contrariamente a quanto si fa nella vita quotidiana, in cui con la mente torniamo al passato o anticipiamo ciò che accadrà nel futuro.

Questo è reso possibile dalla terza caratteristica, la modalità non giudicante, che permette di vivere la vita così come è ora senza aspettare che sia come l’abbiamo progettata (Toro e Serafinelli, 2015).

La Mindfulness si configura come un intervento della cosiddetta terza onda “third wave” della terapia cognitivo-comportamentale. Con questo tipo di interventi il focus si sposta dal contenuto dei pensieri al processo: questi vanno accettati per quello che sono – esperienze private, non verità assolute – andando a favorire quindi il cambiamento della relazione che la persona ha con i propri pensieri (Greco & Hayes, 2008).

Entrando brevemente nel merito dei processi, un elemento che accomuna i modelli basati più o meno direttamente sull‟acceptance (ACT, DBT e FAP) e quelli basati prevalentemente sulla Mindfulness (MBSR, MBCT) è costituito dalla “defusione” cognitiva (Moderato, In Bulli & Melli, 2010).

Questa è una tecnica che consente di riconoscere e sottrarsi dalla fusione, un processo disfunzionale mediante il quale gli esseri umani diventano indistinguibili dalle proprie transitorie esperienze interne (siano esse pensieri, emozioni, sensazioni fisiologiche o immagini) e che può portare a conseguenze cliniche rilevanti (Bulli & Melli, 2010).

Quotidianamente di fronte a stimoli esterni, soprattutto stressanti, si ha l’abitudine di inserire il cosiddetto “pilota automatico” che, alla lunga, può portare l’individuo a percepirsi meno capace di scegliere e di esercitare il proprio controllo producendo come conseguenza l’aumento della percezione di sé come inadeguato, incapace e impotente.

Tutto ciò è alla base di psicopatologie come l’ansia (Chorpita e Barlow, 1998), la depressione e la dipendenza (Forsyth, Parker e Finley, 2003).

La Mindfulness ci consente, invece, di entrare in contatto con i pensieri, i sentimenti, le emozioni e le sensazioni corporee e di decentrarci e disidentificarci da essi valutandoli come eventi mentali transitori e non come entità fattuali in grado di farci agire, guidarci e controllarci (Segal, Williams & Teasdale, 2002; Vansteenkiste & Ryan 2013).

Questa pratica permette all’individuo di scegliere di rispondere consciamente e consapevolmente con un numero crescente di alternative anziché reagire automaticamente agli stimoli esterni.

Il concreto cambiamento nelle modalità di funzionamento della mente diviene la base per l’acquisizione di importantissime competenze emotive e relazioni come la capacità di autocontrollo, la regolazione dei sentimenti negativi, la resilienza, l’empatia e la compassione (Bear, 2003; Salmon et al., 2004).

protocolli di training sistematico alla meditazione Mindfulness sono più conosciuti come programmi Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR), ideati da Jon Kabat-Zinn e collaboratori.