Disturbi d’ansia

Agorafobia

L’agorafobia è la paura legata al pensiero di non poter scappare/uscire da una situazione o di non poter ricevere soccorso in caso di sintomi simili al panico o sintomi imbarazzanti o invalidanti. Tali sintomi la persona tende ad interpretarli come perdita del senso di Sé e come perdita di controllo.

Per porre diagnosi di agorafobia secondo il DSM- 5 è necessario che siano soddisfatti differenti criteri tra cui: paura o ansia marcate relative a delle situazioni come l’utilizzo dei trasporti pubblici, permanere in spazi chiusi oppure in spazi aperti, stare tra la folla o in fila oppure stare fuori casa da soli. La persona teme o evita queste situazioni a causa di pensieri legati al fatto che potrebbe essere difficile fuggire oppure che potrebbe essere disponibile soccorso nell’eventualità che si sviluppino sintomi simili al panico o altri sintomi invalidanti o imbarazzanti. Le situazioni agorafobiche vengono quasi sempre evitate oppure vengono affrontate con la presenza di una figura familiare.  La paura o l’ansia sono sproporzionate rispetto al reale pericolo posto dalla situazione agorafobica e al contesto socioculturale.

La paura, l’ansia o l’evitamento causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.

Il decorso risulta essere persistente e cronico.

La psicoterapia

La psicoterapia cognitivo comportamentale è stata considerata dall’Amareican Psychiatric Association e dal National Institute for Health and Care Excellence l’intervento di prima linea.

La prima fase della terapia prevede la definizione del problema, l’individuazione delle credenze e dei comportamenti disfunzionali che alimentano e mantengono il disturbo. Successivamente la terapia prevede la ristrutturazione delle credenze disfunzionali ed in particolare le credenze nucleari della persona agorafobica sul timore di perdere in senso di sé ed il controllo di sé.

Verrà programmata un’esposizione graduale delle situazioni temute per disconfermare le credenze catastrofiche. L’esposizione avrà anche come obiettivo l’incremento del senso di autoefficacia e di padroneggiamento di sé. Verranno effettuate tecniche di grounding per la gestione del senso di indebolimento del sé e dell’ansia.Si lavorerà sulla prevenzione delle ricadute attraverso il trattamento delle memorie prototipiche responsabili della vulnerabilità al disturbo.


Ansia generalizzata

L’ansia generalizzata è uno stato di preoccupazione non legata ad un evento specifico. Può essere un disturbo molto invalidante perché va a compromettere la qualità di vita dell’individuo.

Per porre diagnosi di disturbo depressivo maggiore secondo il DSM- 5 è necessario che siano soddisfatti differenti criteri tra cui: ansia e preoccupazione eccessive che si manifestano per la maggior parte dei giorni per almeno 6 mesi, relative a una quantità di eventi o di attività.

La persona ha difficoltà nel controllare la preoccupazione.

L’ansia e la preoccupazione possono essere associate ad irrequietezza, irritabilità, sensazioni di tensione, facile affaticamento, difficoltà a concentrarsi o vuoti di memoria, alterazioni del sonno.

L’ansia, le preoccupazioni o i sintomi fisici causano disagio significativo e compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.

La condizione non è attribuibile agli effetti fisiologici di sostanze o di un’altra condizione mediche.

La psicoterapia

La psicoterapia cognitivo-comportamentale ai disturbi d’ansia ha posto l’attenzione sui processi cognitivi, sulle distorsioni e sui processi di rinforzo alla base del disturbo.

La persona con ansia elevata tende a rimuginare in risposta a eventi o situazioni percepite come minacciose, questa modalità impedisce alla persona di elaborare correttamente le emozioni collegate allo stimolo. Inoltre la continua preoccupazione porta la persona ad evitare le situazioni che suscitano più ansia, in questo modo viene impedito il normale processo di abituazione agli stimoli ansiogeni che porterebbe la persona ad avere reazioni più equilibrate. L’evitamento funge, quindi, da rinforzo negativo mantenendo il disturbo.

La presenza di alcuni bias cognitivi stono tipici nei disturbi d’ansia. Tra questi, è stato osservato che le persone che soffrono d’ansia tendono a fraintendere gli eventi: fissano il loro pensiero su pericoli e minacce, sovrastimano la gravità di tali pericoli e sottostimano le proprie capacità di fronteggiarli. Tali credenze disfunzionali sono pensieri automatici, globali e negativi su di sé e sul mondo che non possono essere smentite dal soggetto.

Sono state individuate varie distorsioni cognitive che causano un’interpretazione negativa degli eventi. Tra le principali ci sono il pensiero dicotomico (tendenza a vedere tutto polarizzato in termini positivi o negativi senza valutare una via di mezzo), la catastrofizzazione (tendenza a vedere le conseguenze di un’azione più importanti di quelle reali) e la personalizzazione (tendenza a credere che i comportamenti altrui siano dei riferimenti a noi stessi, senza considerare altri elementi che aiuterebbero a interpretare la situazione in maniera più efficace e realistica).

La psicoterapia prevederà, in seguito ad un adeguato assessment, un lavoro mirato sulla ristrutturazione delle credenze disfunzionali, la comprensione e gestione dello stato emotivo e della sintomatologia ansiosa connessa all’ansia. Inoltre si punterà sulla vulnerabilità storica ed attuale nonché sulla prevenzione delle ricadute.


Ansia sociale

L’ansia sociale è il timore di essere criticati, ridicolizzati o sviliti in contesti interpersonali. Le persone, per evitare di essere escluse a causa della loro inadeguatezza, tendono ad evitare le situazioni sociali.

Lo scopo, della persona con ansia sociale, è quello di evitare una brutta figura e di conseguenza il giudizio negativo dell’altro. Il giudizio negativo viene temuto perché potrebbe influenzare l’immagine che una persona ha di sé e quindi diventa importante per lo scopo dell’autoimmagine.

Comune è l’imbarazzo nel ricevere complimenti perché non sentite meritate.

La persona con ansia sociale tende a sviluppare credenze negative su di sé e sugli altri.

La vergogna e l’imbarazzo sono spesso gli stati emotivi predominanti durante un’esposizione sociale rispetto all’ansia.

La persona con ansia sociale inoltre tende ad imporsi standard eccessivamente elevati come strategia di coping di ipercompensazione per evitare un possibile fallimento e di conseguenza una valutazione negativa.

L’ansioso sociale tende a mettere in atto comportamenti di sicurezza con l’obiettivo di ridurre la minaccia che nel breve periodo danno l’illusione di avere sotto controllo la situazione ma che in realtà mantengono il disturbo. Inoltre i comportamenti protettivi aumentano l’attenzione focalizzata su di sé e possono finire per attirare maggiormente l’attenzione dell’altro.

Per porre diagnosi di disturbo d’ansia sociale secondo il DSM-5 è necessario che siano soddisfatti i seguenti criteri:

  1. Paura o ansia marcate relative a due o più situazioni sociali nelle quali l’individuo è esposto al possibile esame degli altri. Gli esempi comprendono interazioni sociali (per es. avere una conversa- zione, incontrare persone sconosciute), essere osservati (per es. mentre si mangia o si beve) ed eseguire prestazioni di fronte ad altri (per es. fare un discorso). Nei bambini, l’ansia deve manifestarsi in situazioni in cui vi siano coetanei e non solo interagendo con adulti.
  2. L’individuo teme che agirà in modo tale o manifesterà sintomi di ansia che saranno valutati negativamente (cioè saranno umilianti o imbarazzanti, porteranno al rifiuto o risulteranno offensivi per altri).
  3. Le situazioni sociali temute provocano sempre o quasi inevitabilmente paura o ansia.
  4. Le situazioni sociali temute sono evitate oppure sopportate con paura o ansia intense.
  5. La paura o l’ansia sono sproporzionate rispetto alla reale minaccia posta dalla situazione sociale e al contesto socioculturale.
  6. La paura, l’ansia o l’evitamento sono persistenti e durano tipica- mente sei mesi o più.
  7. La paura, l’ansia o l’evitamento causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
  8. La paura, l’ansia o l’evitamento non sono attribuibili agli effetti fisiologici di una sostanza (per es. droga o farmaco) o a un’altra condizione medica.
  9. La paura, l’ansia o l’evitamento non sono meglio spiegati dai sintomi di un altro disturbo mentale, come disturbo di panico, di- sturbo di dismorfismo corporeo o disturbo dello spettro dell’autismo.
  10. Se è presente un’altra condizione medica (per es. malattia di Parkinson, deturpazioni da ustioni o ferite, obesità), la paura, l’ansia o l’evitamento sono chiaramente non correlati oppure eccessivi.

La psicoterapia

La terapia evidence-based, cioè con la maggior efficacia dimostrata, è la terapia cognitivo-comportamentale (TCC).

I protocolli efficaci sono quelli bastai sul modello di Clark e Wells e quello basato sul modello di Heimberg.

Le fasi dell’intervento prevedono un adeguato assessment iniziale seguito da una riduzione dell’ansia. Successivamente si lavorerà per incrementare le abilità sociali ed il loro utilizzo in contesti naturali. Infine si dedicherà tempo alla riduzione dei fattori di vulnerabilità e sulla prevenzione delle ricadute.


Fobie specifiche

Le fobie specifiche sono paure persistenti, ingiustificate e sproporzionata che la persona percepisce come eccessive e irrazionali circa uno stimolo circoscritto che può essere un oggetto, un animale o una situazione.

L’elemento fobico causa sempre paura ed ansia immediata tanto che la persona tende ad evitarlo.

Esistono differenti fobie come: paura degli animali (zoofobia), dei temporali (astrafobia o brontofobia), delle altezze (acrofobia), del sangue (emofobia), luoghi confinati (claustrofobia)…

Il decorso delle fobie è cronico e l’intervento psicologico aiuta ad attenuare la paura.

Per porre diagnosi di fobia specifica secondo il DSM-5 è necessario che siano soddisfatti i seguenti criteri:

  1. Paura o ansia marcate verso un oggetto o situazione specifici (per es. volare, altezze, animali, ricevere un’iniezione, vedere il sangue)
  2. Le situazioni o l’oggetto fobici provocano quasi sempre immediata paura o ansia.
  3. Le situazioni o l’oggetto fobici vengono attivamente evitati, oppure sopportati con paura o ansia intense.
  4. La paura o l’ansia sono sproporzionate rispetto al reale pericolo rappresentato dall’oggetto o dalla situazione specifici e al contesto socioculturale.
  5. La paura, l’ansia o l’evitamento sono persistenti e durano tipicamente sei mesi o più.
  6. La paura, l’ansia o l’evitamento causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
  7. Il disturbo non è meglio spiegato dai sintomi di un altro disturbo mentale, come disturbo di panico o agorafobia, oggetti o situazioni legate alle ossessioni, ricordi di eventi traumatici (disturbo da stress post traumatico) ecc.

La psicoterapia

La psicoterapia per i disturbi d’ansia ha dimostrato una buona efficacia. Per riuscire a stabilire degli obiettivi è importante fare una diagnosi differenziale tra i vari disturbi d’ansia individuando il reale oggetto della paura.

Uno degli obiettivi primari della terapia è la riduzione delle condotte di evitamento degli stimoli che causano ansia o paura.

Per ridurre l’evitamento, possono essere usate tecniche comportamentali di esposizione. Tale tecnica prevede che la persona si avvicini gradualmente allo stimolo temuto ed impari a gestire e tollerare l’attivazione fisiologica e l’emozione esperita. L’esposizione permette alla persona di capire che è in grado di tollerare la paura e che questa diminuisce spontaneamente se non si evita lo stimolo fobico. Inoltre, la persona può fare esperienza del fatto che le conseguenze temute non si verificano o non sono così gravi come si pensava.

Fondamentale appare inoltre la psicoeducazione volta a spiegare i fattori che hanno portato all’esordio del disturbo e che ad oggi lo mantengono, così come per spiegare i meccanismi dell’ansia e della paura ed i circoli viziosi che si attivano.

La terapia prevederà anche un intervento sulle distorsioni cognitive. Queste persone tendono a focalizzarsi unicamente sulla minaccia e ad interpretare stimoli neutri come minacciosi.

Infine si lavorerà sulla vulnerabilità e sulla prevenzione delle ricadute.


Disturbo di Panico

L’attacco di panico è l’improvvisa comparsa di un periodo caratterizzato da episodi di terrore intenso in cui le persone si sentono travolte dall’ansia e dalla paura senza che vi sia un reale pericolo a minacciarli. Gli attacchi di panico possono manifestarsi anche in altri quadri clinici legati all’ansia.

Per porre diagnosi di disturbo di panico secondo il DSM-5 è necessario che siano soddisfatti i seguenti criteri: ricorrenti attacchi di panico inaspettati. Un attacco di panico consiste nella comparsa improvvisa di paura o disagio intensi che raggiunge il picco in pochi minuti, periodo durante il quale si verificano alcuni sintomi tra cui: palpitazioni o tachicardia, sudorazione, tremori fini o grandi scosse, dispnea o sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia, dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali. Inoltre la persona potrebbe sperimentare sensazione di vertigine, di instabilità, di “testa leggera” o di svenimento, brividi o vampate di calore, parestesie (sensazioni di formicolio o di intorpidimento), derealizzazione (sensazioni di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccato da sé stesso), paura di perdere il controllo o di “impazzire”, paura di morire.

Almeno uno degli attacchi è seguito da un mese o più, di uno o entrambi dei seguenti sintomi: preoccupazione persistente per l’insorgere di altri attacchi o per le loro conseguenze (per es. perdere il controllo, avere un attacco cardiaco, “impazzire”), significativa alterazione disadattiva del comportamento correlata agli attacchi (per es. comportamenti pianificati al fine di evitare di avere attacchi di panico, come l’evitamento dell’esercizio fisico oppure di situazioni non familiari.

Il modello di Clark spiega bene il funzionamento dell’attacco di panico. Secondo tale modello uno stimo scatenate (Interno od esterno) attiva una valutazione di minaccia e di conseguenza ansia. L’ansia a sua volta stimola sensazioni somatiche e mentali che producono interpretazioni catastrofiche delle sensazioni esperite. A loro volta tali pensieri incrementano i livelli d’ansia. La persona, per evitare le sensazioni ed i pensieri catastrofici, mette in atto meccanismi di mantenimento ed aggravamento dei sintomi come la fuga, l’evitamento o comportamenti protettivi.

Nel vero e proprio attacco di panico la persona teme che la catastrofe si stia realizzando in quel preciso momento. I timori di base generalmente sono paura di morirepaura di svenire o paura di impazzire. In seguito all’attivazione dei meccanismi di protezione la persona tenderà a non avere più veri e propri attacchi di panico ma ad avere ansia elevata. In quest’ultimo caso c’è il timore che possa ripresentarsi la catastrofe temuta e di conseguenza un vero e proprio attacco di panico. Infatti il disturbo da panico viene spesso nominato “Paura della Paura”. Spesso i veri attacchi di panico sono i primi vissuti perché sono inaspettati ed improvvisi senza una causa attivante consapevole.

La psicoterapia

La psicoterapia cognitivo comportamentale prevede inizialmente la condivisione del modello del disturbo e una psicoeducazione sullo stesso. Successivamente si intraprenderà una ristrutturazione cognitiva delle credenze disfunzionali ed un’accettazione dell’ansia e del rischio di panico. La terapia prevede L’E/RP (esposizione con prevenzione della risposta) cioè l’esposizione prima in immaginazione e poi in vivo delle sensazioni e situazioni temute. Infine si punterà sulla riduzione dei fattori di vulnerabilità e la prevenzione delle ricadute.


Ipocondria

L’ipocondria o ansia di malattia è la preoccupazione legata al timore di avere, oppure alla convinzione di essere affetti, da una grave malattia.

La diagnosi si può fare solo in seguito ad un’accurata valutazione medica che escluda i segni o sintomi riportati.

Il timore è spesso basato sulla errata interpretazione dei segni o sintomi fisici. La persona attribuisce questi sintomi (tachicardia, raffreddore, febbre…) alla malattia sospetta.

Le preoccupazioni e le paure indotte dall’ipocondria possono essere così profonde da condizionare, in maniera marcata, l’attività lavorativa e le relazioni sociali e affettive di una persona.

Visite mediche ripetute, esami diagnostici e rassicurazioni da parte dei medici, servono poco ad alleviare la preoccupazione concernente la malattia o la sofferenza fisica.

Le persone con ipocondria spesso ritengono di non ricevere le cure appropriate.

Spesso lo scopo sottostante è quello di non essere malati, di non essere deboli e di essere prudenti e quindi di essere all’altezza delle proprie responsabilità.

L’intervento psicoterapeutico avrà come primo obiettivo l’individuazione e l’interruzione dei circoli viziosi in cui rimane incastrato la persona con ipocondria.